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Nella nota introduttiva a questa raccolta, significativamente intitolata Versi adespoti, letteralmente privi di padrone, Riccardo Campi parla, con pudica autoironia, di «para-scrittore» a proposito dell'estensore di tali esercizi, volti a ripudiare l'appellativo abusato di «poeta». Essendo un traduttore e saggista di vaglia, con alle spalle importanti pubblicazioni, a cominciare da quelle dedicate agli Illuministi, Campi opta qui per una sorta di riscrittura, di imitazione dei testi affrontati - da plurime lingue, non solo dal francese - permettendosi svariate e spericolate licenze. Oltre a tagli e aggiunte (si veda il testo incipitario rimbaldiano che, per effetto di un sommovimento tellurico diventa un componimento di stringente attualità, teso a mantenere le immagini di più icastica suggestione, rinnegando la forma originaria del sonetto), l'autore ci conduce per mano lungo un itinerario che annovera contributi ricavati dalle lingue più disparate, rivelando una versatilità e una sensibilità non comuni. Si passa così da Leonida di Taranto a Lucrezio, da Góngora a Poe, da Swinburne a Nietzsche, attraversando una costellazione di autori transalpini, talora poco frequentati in italiano, come José-Maria de Heredia, Leconte de Lisle, Charles Cros, Valéry Larbaud. Le quattro sezioni della raccolta, suddivise in base a scelte tematiche ben precise, accompagnate dai commenti visivi di Giorgio Bertelli, costituiscono un polittico la cui struttura si ripercuote da un pannello all'altro, con esiti intensi e originali. (p.d.p.)
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